Popolo di Netflix, è arrivato “Luke Cage”.

Popolo di Netflix, è arrivato “Luke Cage”.

Dopo aver avuto un assaggio in “Jessica Jones”, dopo gli esaltanti trailer arrivati in rete, erano in molti ad aspettare con trepidazione “Luke Cage”, il nuovo prodotto frutto della collaborazione Marvel-Netflix. Come dico sempre, il “problema” di tutte queste serie è che arrivano dopo la prima splendida stagione di “Daredevil” firmata Steven DeKnight, che ha alzato l’asticella talmente tanto da portare a dare giudizi anche troppo severi rispetto a tutto quello che è arrivato dopo. Ne ha sofferto sia la seconda stagione del diavolo rosso sia la serie di Jessica, pur essendo entrambi ottimi prodotti televisivi.

Arriva adesso questa nuova serie il cui protagonista, un granitico e convincente Mike Colter, era già stato precedentemente introdotto. La serie di Cheo Hodari Coker (scelta curiosa ma che avevo già apprezzato come sceneggiatore nel suo Notorius B.I.G., personaggio che omaggia anche in questa produzione) non è brutta e il suo protagonista è un personaggio piuttosto complesso ma con i piedi per terra che si muove in una Harlem viva e pulsante. Qui l’importanza delle location è importantissima per capire il contesto in cui si muove la storia, ancor più della Hell’s Kitchen di Matt Murdock. Le strade e le persone che popolano il quartiere nero per eccellenza hanno una loro cultura, un loro linguaggio, delle loro movenze, una loro memoria storica, in un connubio che fissa l’equilibrio fra la criminalità e la necessità di sopravvivere. Come al solito la fotografia è molto curata (più nel notturno che nel diurno, con un’eccellenza durante la prima puntata) e la grande abbondanza di luci (con molte virate verso i colori caldi, qui predominanti) non può che farci apprezzare i tantissimi dettagli presenti nei vari locali, curati anche nei minimi dettagli. Tutto molto “black style”, c’è molta vita da strada, diversi stereotipi sui quartieri abitati da gente di colore ma tutto incasellato abbastanza bene, fornendoci un affresco generale piuttosto godibile.

La storia nella sua semplicità funziona e nonostante i pochi colpi di scena scorre tutto tranquillo (forse troppo), con la sensazione però che la serie segua i suoi binari senza decollare mai veramente. E’ interessante la parte del passato di Cage, la situazione politica di Harlem, il pensiero popolare in seguito alla battaglia di New York e ho apprezzato il fatto che venissero trattati con dovizia di particolari i poteri del protagonista (cosa che non è stata fatta molto bene con Jessica Jones, per esempio).

Ho intravisto però tre grossi problemi in questa serie:

1) I ritmi sono veramente dilatati in maniera pesante, portando la narrazione ad essere quasi frustrante e annoiando lo spettatore oltre il dovuto. La cosa si nota soprattutto nei dialoghi, trascinati all’inverosimile anche quando non se ne sente il bisogno (avete presente quelle frasi recitate continuamente spezzettate in monosillabi?).

2) La sceneggiatura risente, durante tutta la serie, di alcuni buchi, forzature e spudorate incoerenze, cosa che purtroppo si aggrava durante le ultime due puntate, in cui i comportamenti nonsense si moltiplicano in maniera esponenziale e il clima di realtà si dissolve verso una sfumatura troppo fumettistica che poco si adatta alla situazione presentata fino a quel momento. In generale si ha troppo spesso dei dialoghi forzatissimi e troppo tendenti alla “frase-slogan” (specie sul protagonista).

3) C’è una confusione generale nel reparto “cattivi” della serie, cosa che mi ha lasciato abbastanza perplesso visto l’estrema cura dei villain delle precedenti produzioni. Si inizia con uno Stokes davvero poco incisivo, che non trasmette mai quella paura o quella soggezione che vorrebbero farci intendere (Ali, l’attore che lo interpreta, nelle sue interviste lo aveva descritto come “un cattivo sullo stile del Padrino”…no, proprio no) nonostante la costruzione di un passato piuttosto interessante. Accanto a lui l’ insipida cugina Mariah, che ho trovato davvero moscia come la sua interprete per tutta la serie, non è mai riuscita a coinvolgermi. Ad un certo punto c’è un cambio di rotta e subentra Willis Stryker, forse il peggior cattivo mai portato sullo schermo dalla Marvel. Inconcludente, incoerente, talmente parodistico in ogni sua battuta da sfociare nel ridicolo involontario (No via, ma quel costume finale? Eppure la Marvel è sempre stata bravissima ad adattare anche le tenute più imbarazzanti). Niente a che vedere con l’unico personaggio cattivo veramente riuscito della serie e cioè l’affascinante Shades del sempre bravo Theo Rossi, purtroppo poco sfruttato per far spazio ad immeritevoli buchi nell’acqua.

Andiamo molto meglio sui ruoli di spalla a Luke, fra Simone Missick con la sua detective Knight e il “Pop” Hunter di Frankie Faison si insinua una sempre più convincente e bellissima Rosario Dawson, ancora una volta chiamata, con la sua infermiera tuttofare Claire Temple, a fare da collante fra le varie serie (ma sono diversi i collegamenti e le citazioni a tutto l’universo cinematografico Marvel, dandoci un grande senso di continuity molto appagante se riesci a coglierne ogni aspetto). Molto molto carine anche le varie citazioni al fumetto di origine, con una chicca che non voglio svelare su un vecchio costume che forse pochi conoscono.

Discorso a parte per le musiche, veramente preponderanti per tutta la durata, rivelandosi ben presto una lama a doppio taglio. Se da un lato la cosa ci permette di ascoltare brani veramente belli e motivetti davvero orecchiabili (ma perchè non usare la splendida “Shimmy Shimmy Ya” nella sigla? Che peccato, sarebbe stata perfetta!) che diventano davvero parte integrante della narrazione, dall’altro si avverte quasi un senso di fastidio per l’eccessivo uso, mancando di sottolineare quei momenti in cui la musica è usata per arricchire la scena in atto. Un più accurato uso dei silenzi avrebbe sicuramente enfatizzato alcune parti importanti che invece si perdono fra le note continue.

La regia dei vari episodi si conferma solida e ispirata (addirittura ogni tanto, specie nelle scene nell’Harlem Paradise, si concede anche qualche discreto virtuosismo), con un ottimo uso della macchina da presa anche durante i combattimenti che, ahimè, si dimostrano però parecchio deludenti dal punto di vista della coreografia (se non per alcuni sporadici sprazzi e dei buoni effetti scenici per quanto riguarda i “danni” alle strutture colpite da Cage) e ci fanno rimpiangere quel poco visto di Luke in Jessica Jones, senza dover per forza scomodare le favolose evoluzioni di Daredevil, considerando anche il fatto che il livello di lotta di Luke è molto più basilare.

In definitiva un buon prodotto purtroppo viziato da diversi problemi che, visto anche la qualità dei compagni di serie con cui va a braccetto, lo fanno scivolare al posto di fanalino di coda. Peccato, perchè Luke come personaggio funziona e merita di meglio. Vedremo se nei Difensori riuscirà a trovare l’epicità che per adesso abbiamo solo immaginato.

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Paul Cameron

Classe 1980. Grafico, cosplayer, collezionista. Una passione infinita per il cinema che mi ha visto impegnato sia come sceneggiatore, regista, attore e infine come recensore. Non cerco il consenso, solo la tua visione al mio punto di vista! Il mio sito personale: http://leopinionidelcameron.jimdo.com

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